Per sempre, solo… Javier Zanetti

Era l’estate del 1995, avevo 15 anni quando a Milano, sulla sponda nerazzurra, approdarono due giocatori argentini: uno era stato annunciato come il gioiello della campagna acquisti di quell’anno, l’altro era uno sconosciuto ragazzo dall’aria mite. Del primo, Sebastián Rambert, si persero le tracce dopo solo due partite giocate e zero gol segnati, l’altro era Javier Zanetti.

È difficile spiegare un amore a prima vista. Quel giovane ragazzo mi colpì fin da subito per l’atteggiamento umile che aveva, come le sue origini. Mi fece tenerezza. Poi lo vidi in campo e l’innamoramento diventò amore. Il suo modo di giocare, di correre palla al piede e galoppare per tutta la fascia, seminando avversari, fino alla linea di fondo dove faceva partire un cross teso e potente pronto per l’incornata dell’attaccante di turno. Era uno spettacolo vederlo giocare. Ancora di più quando a ricevere i suoi cross c’era un certo Ivan Zamorano. Il duo ZaZà li chiamavo. Manco a dirlo, divennero grandi amici.

Passano gli anni e Zanetti diventa sempre più garanzia. Diventa il jolly della squadra. A centrocampo e in difesa ha giocato ovunque, senza mai battere ciglio. Gli allenatori andavano e venivano ma lui restava un punto fermo. Le voci di una sua cessione di mercato si facevano sempre più rumorose e io, per la prima volta in tanti anni di tifo nerazzurro, esclamai “se vai via lui, smetto di tifare Inter”. Era il mio pupillo. Strano per me che, tra tutti i ruoli, amavo quello del fantasista.

Ma in tanti anni di amore interista non ho mai voluto una maglia con il nome di un giocatore sulle spalle perché, nel momento in cui se ne fosse andato, avrei avvertito il “tradimento” a quei colori. Solo su un giocatore non ho avuto dubbi e solo di un giocatore volevo la maglia, con numero e scritta: J. Zanetti 4. Perché sulla voglia di restare all’Inter da parte del “Tractor”, come veniva soprannominato all’epoca, non ho mai dubitato, quello che temevo erano le decisioni societarie. Real Madrid e Barcellona lo volevano, ma lui decise di restare. E qui capisci cosa sia un grande amore. Decidere di restare in una squadra che all’epoca non riusciva a vincere nulla, oltre a essere un atto di coraggio è anche un atto d’amore. Javier è sempre stato un sentimentale.

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Come riassumere 19 anni di dolori e gioie? Si può spiegare un grande amore? Io credo di no. È qualcosa che va oltre una forte passione, è qualcosa che resta, indelebile, nel cuore. La fedeltà, la lealtà, la correttezza, l’umiltà, il rispetto, l’entusiasmo, la fede, l’esempio. Come li traduci? Come li spieghi? Se non li vivi non li puoi capire. Esattamente come l’amore della tua vita. Fino a quando non lo trovi, non puoi capire pienamente ciò che riesce a scatenarti dentro. Non ci sono parole che possano riassumere tutto questo, puoi solo dire AMALA!

Ieri sera hai detto addio al calcio nella nostra Inter, dopo 19 anni e 857 presenze. La mia unica maglia nerazzurra con il nome e numero sul retro è accanto a me mentre scrivo queste righe. In tutti questi anni ho fatto il tifo per l’Inter e per te, affinché superassi il record di presenze in nerazzurro e tanti altri record, ma soprattutto affinché realizzassi, insieme alla squadra che ti ha adottato e amato, il sogno di alzare al cielo la coppa dalle grandi orecchie, diventando leggenda con l’Inter del Triplete prima e della Manita poi.

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Le tue lacrime erano le nostre lacrime quella sera del 22 maggio 2010. Perché sarebbe stato bello vincere la Champions, ma non così bello se quella coppa non l’avessi alzata tu, da Capitano. Le lacrime di quella sera nessun interista potrà mai scordarle, ma non sono state nulla rispetto a quelle che ho versato ieri sera al tuo addio al calcio.

Questo momento doveva arrivare, lo sapevamo, ma il mio cuore non era ancora pronto a salutarti. Hai detto che amerai per sempre questa maglia, io amerò per sempre te. Vorrei e potrei dirti un milione di cose, sicuramente ne ho scordate tante, ma dopo 19 anni di lealtà e amore e 857 presenze in nerazzurro, caro Pupi, posso solo dirti: GRAZIE.

Pubblicato il 11/05/2014, in sport, storie di vita con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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