Il Brennivín, la morte nera made in Islanda

Siamo a novembre inoltrato, man mano le ore di luce diminuiscono e le temperature si abbassano. Mi sono chiesta diverse volte come gli islandesi affrontino i periodi più freddi dell’anno. L’alcool è una risposta che scatta in automatico, ma c’è qualcosa di tipico che si beve in quella terra? La curiosità si è concretizzata in una ricerca in cui ho scoperto un liquore prodotto e fabbricato nella terra di ghiaccio e fuoco: il Brennivín.

Si tratta della bevanda tradizionale della festa di metà inverno di Þorrablót che è il nome del mese di Þorri nel calendario islandese, mese che va da metà gennaio a metà febbraio. Ok, mi sono portata avanti con i tempi e questa cosa del calendario islandese la voglio approfondire in un post futuro, ma tornando al Brennivín ho scoperto che è composto da grano fermentato o purè di patate e che è aromatizzato principalmente con il cumino.

Esistono diverse versioni a seconda della nazione di riferimento che, ovviamente, comprende territori del nord Europa: Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia e, chiaramente, Islanda. Il nome può essere tradotto come ‘vino infuocato’.

Non è raro vedere lo shortino di Brennivín abbinato a uno dei piatti tipici della cucina islandese, l’hákarl, vale a dire squalo preparato in un modo particolare, con una consistenza, un odore e un sapore che non si dimenticano facilmente e la cui degustazione risulta a dir poco difficoltosa per palati non abituati alla peculiarità di questa pietanza. E non parlo solo di persone comuni, persino lo chef Gordon Ramsay non è riuscito a mangiarlo.

In tutto questo, però, tornando nuovamente al nostro Brennivín, non vi ho ancora spiegato il perché del titolo di questo post, “la morte nera”. In passato sulla bottiglia, al posto della cartina dell’Islanda, era raffigurato un teschio con le ossa incrociate, sempre su sfondo nero. Pare che il motivo fosse legato al proibizionismo che era in vigore in Islanda nel corso del Novecento, in forme e momenti diversi. Un modo, insomma, per disincentivarne il consumo.

A questo punto mi pare a dir poco doveroso assaggiare questa bevanda una volta giunta in terra islandese. Se non altro per la curiosità che mi suscita. Come reagirò? Beh, non mancherò di filmarmi durante l’impresa. Nel mentre vi lascio con una recensione più seria su questo alcoolico made in Iceland.

Pubblicato il 12/11/2014, in enogastronomia con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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